
di Luisa Berretti
La scultura è l’arte di dar vita, forma, ad immagini, mediante la tecnica dello scolpire un materiale grezzo o ancora assemblando insieme materiali diversi.
La scultura è anche un progetto inteso ad allacciare, a concatenare fra di sé, vari aspetti emozionali, estetici e culturali, per offrire un’occasione di conoscenza e di riflessione su una varietà di problemi legati anche ad un rapporto con il territorio dove l’artista opera.
La scelta del materiale, quindi, è importante e fondamentale per comunicare emozioni, per esprimere un concetto, per fissare un’idea.
Come processo operativo, prima nasce l’idea, poi, pian piano, questa, definendosi, è lei che sceglie con quale materiale manifestarsi.
Lo scultore Marino Mazzacurati a proposito scrisse: “... non si può realizzare un'opera d'arte in una materia diversa da quella in cui è stata pensata, dato che il pensiero realizza già in sé le caratteristiche preesistenti nella materia stessa, caratteristiche che sono intraducibili e intrasferibili ad altra” (Momenti del marmo, p. 272).
Dai materiali tradizionali, adoperati in gran parte nel passato, ai nuovi materiali, lo scultore ha sempre cercato di esprimersi in un modo a lui confacente usando materie privilegiate a seconda del momento, dell'epoca, della moda, o altro.
Franco Berretti si è avvicinato alla scultura da autodidatta. Inizialmente il legno, poi il “sasso d'Arno” (colombino, alberese, arenaria). Forgiare il ferro lo ha attratto per l'immediatezza del risultato finale, ma il fascino della fusione dei metalli (bronzo, alluminio, ottone, oro, argento) lo ha portato poi all'artigianato artistico ed infine alla scultura. Difficile, complesso e ragionato è stato l’avvicinarsi al marmo.
Ma non volendo qui trattare della scultura di Berretti in senso formale e stilistico, poiché altri ne hanno già scritto (cfr. F. Berretti 1991 e Franco Berretti 2004), in occasione di questa mostra ospitata presso gli spazi esterni ed interni della Villa Medicea di Cerreto Guidi, vorrei cogliere un altro aspetto della scultura di questo artista, ponendo un quesito: ma cosa significano per Franco Berretti i materiali della sua scultura?
Il legno ritorna ad essere albero e diventa presenza secondo un'idea tutta nuova e filtrata dalla mente dello scultore, in DUE ALBERI (2007) [n. 14], dove il legno di noce nostrano, di per sé chiaro, è pervaso da venature scure, evidenti e contrastanti che, sulla superficie ruvida scolpita a tagli netti e decisi, creano effetti chiaroscurali intensi; sono alberi resi maggiormente realistici dai nodi che compaiono qua e là sui tronchi affusolati.
Da un tronco di un albero l'artista fa emergere, per “forza di levare”, a colpi di scalpello, un altro albero, ALBERO (2002) [n. 15]: l’opera cresce in legno di gattice, e ricorda quei castagni secolari, enormi, tutti scavati all'interno con la superficie del tronco liscia in più parti che suggerisce un rapporto ravvicinato, ed induce il desiderio di accarezzarne la superficie salendo con la mano su su lungo i rami e le foglie intagliate ora più ora meno rilevate.
E ancora, assemblando insieme più parti, nasce il BOSCO (2005) [n. 13], quattro alberi, in legno di abete, intagliati a colpi netti e precisi, ruvide sono le superfici, e le crepe naturali del legno sono accentuate, ed esaltati sono i nodi scuri sul legno chiaro. Qui la poetica dell'albero umanizzato, che ricorre nelle sculture di Berretti, è evidente nei rami, e vien da chiamarle, braccia protese e spalancate verso l'alto.

Quasi a dimostrare la non universalità dell’affermazione vasariana riguardo al legno che, secondo lo scrittore, non può avere la “carnosità e morbidezza” del marmo e del bronzo, è la “serie” di DONNA- AMBIENTE: quella del 2004 [n. 23] in legno di carpino e di odoroso cipresso, quella dello stesso anno in legno di carpino e mogano [n. 24], e l'altra, del 2002 [n. 28], unicamente in legno di carpino. Tre donne, formalmente differenti fra loro: una che si ritrae, un'altra che si mostra, ma con riserbo, l'altra ancora sdraiata, più sciolta e libera; tutte presentano la stessa superficie levigata, e le venature del legno creano sui loro volti e sui corpi morbidi effetti pittorici. Il gioco di rimandi tra le forme curvilinee e aggrovigliate dei capelli con l'ambiente “ritagliato” in cui sono inserite è sempre presente e caratteristico delle opere di Berretti di questo periodo. La presenza di un ambiente in mogano, quindi di un colore contrastante col carpino in cui è realizzata la donna, fa sì che questo le dia respiro e profondità, per l'accostamento del colore più scuro, ma anche per la superficie ruvida in contrasto con quella liscia della figura, e per le linee simili a delle onde che idealmente potrebbero proseguire all'infinito.
In Toscana, ed a Firenze in particolare, i monumenti celebrativi in marmo di Carrara, da sempre protagonisti nelle piazze e nei cimiteri, ove il marmo fa “da arredo”, hanno relegato e collocato - intendo dire nella suggestione culturale di molti - il marmo in uno spazio di soggezione riverente nel primo caso, e di freddo distacco nel secondo.
Ecco perché non subito Franco Berretti comincia a parlare col marmo, bensì con la pietra. Solamente quando capisce che va trovata un'altra via di espressione, nascono le prime figure, non lucide, “lustre”, ma levigate, “purgate” con la pietra abrasiva a grane successive, fino ad esaltarne l'esatto colore.
Per Berretti, oggi (ma sin dalla sua “scoperta”), la scelta del blocco avviene a Carrara e parte dalla frequentazione di cave e depositi di marmi. Ė lì che un pezzo piuttosto che un altro si svela/rivela alla sua attenzione, gli chiede disponibilità. Egli verifica accuratamente, domandandone la provenienza, la bontà della grana (e soprattutto che non sia un “cottaròn”) e poi lo fa tagliare al filo. Già ha in mente la scultura presente nel blocco ... come Michelangelo che enunciava nelle Rime “Non ha l'ottimo artista alcun concetto /ch'un marmo solo in sè non circonscriva / col suo superchio, e solo a quello arriva / la man che ubbidisce all'intelletto” (Rime, 151, vv. 1-4).

Parlando del marmo nelle sculture di Berretti viene naturale seguire un filo cronologico, dato che in mostra sono esposte opere realizzate in questo materiale in un arco di tempo che va dal 1985 al 2006.
Nelle tre sculture realizzate nel 1985 il marmo è accostato ad un altro materiale, l'acciaio inox: i titoli sono DONNA CON FIORE (marmo di Carrara ed acciaio inox) [n. 10], UOMO IN AMBIENTE DIFFICILE (marmo di Carrara, giallo Siena ed acciao inox) [n. 12] e UOMO-AMBIENTE (particolare n°5) (marmo statuario ed acciaio inox) [n. 11].
Nella scultura di Berretti, l'acciaio inox, materiale artificiale e tecnologico, presenza della modernità, “vive” in opposizione con il marmo, materiale naturale e tradizionale per eccellenza. L'acciaio inox, che riflette una luce particolare, tagliente, come l'impiego affidatogli negli usi della quotidianità, serve a circoscrivere porzioni di ambiente dove avviene la nostra analisi, la datazione di un'opera attuale.
A volte, l'acciaio inox è l'ambiente-base delle sue opere che riporta la memoria ad un ambiente obbligato e difficile, come nell' UOMO IN AMBIENTE DIFFICILE, costituito da elementi tubolari che alludono ai tubi di scappamento delle auto, gli stessi che vengono avvolti, verticalmente ora, e non più in orizzontale, dall'ambiente in marmo giallo di Siena ... e il titolo dell'opera dice tutto.
Nella DONNA CON FIORE, ritroviamo la donna che si ritrae, si difende, si copre, e accanto a lei un fiore. Il fiore, di pevsneriana memoria, è la sintesi di due elementi semicircolari contrapposti. L'effetto, che vuol essere artificiale e stereotipato, è tagliente.
Ed infine nell'UOMO-AMBIENTE (particolare n°5); che l'asettica presenza dell'inox schiaccia maggiormente l'effetto di un pugno chiuso in un braccio “sradicato” dal costante e ripetitivo tragico messaggio.
Benché le tematiche affrontate da Berretti restino le stesse col passare degli anni (la donna/uomo, l'ambiente, l'albero) la ricerca di nuove soluzioni plastiche e formali è costante, e si esprime anche, ma non solo, nella capacità di coniugare situazioni possibili in ambienti di diverse policromie. Come si vede nelle due sculture del 1988 entrambe intitolate DONNA-AMBIENTE, una in marmo bianco statuario e giallo Siena [n. 7], l'altra in marmo statuario e ordinario di Carrara [n. 8]; ma anche nelle altre due DONNA-AMBIENTE, una del 2001 in marmo statuario e nero portoro [n. 25], l'altra del 2004 in marmo statuario e Calacata [n. 5]. Queste opere sono accomunate dal fatto di presentare la figura femminile realizzata in marmo statuario, che, bianchissimo, contrasta appieno con l'ambiente, realizzato appunto in un marmo colorato e sempre differente. La venatura dei marmi, il punto di colore, e le ombre che si formano negli spazi degli ambienti aggrovigliati e mossi, fermano la luce che incide in modo differente su ciascuna di queste sculture e si riflette nella struttura cristallina ed omogenea del bianco, oserei dire, “caldo” marmo.
I BONSAI: in quello del 2003, marmo Fior di pesco e Calacata [n. 18], nell'altro del 2004, marmo statuario e Calacata [n. 17], e nel PAESAGGIO (2004), bardiglio e marmo ordinario di Carrara [n. 19], tutti marmi policromi differenti e scelti attentamente - nelle prime due opere, per mettere il tutto in simbiosi con la natura - nella terza, a costituire e contrapporre l'ambiente e l'albero. Ecco poi la ricerca di una resa più fortemente naturalistica, nella scultura DONNA-AMBIENTE INTERNO (1992) in marmo ordinario –ossia grigio venato - di Carrara [n. 20], col risultato di far divenire la donna un tutt'uno con la poltrona come se le forme ed anche le motivazioni sentimentali ed ambientali fossero ormai inscindibili nei due soggetti paritetici della composizione – l’essere umano e l’oggetto attributo ambientale -.
“Il marmo è un soggetto portatore di sensi, non un supporto passivo, dominato, come lo sono i metalli e le materie plastiche fuse e colate negli stampi prestabiliti. Il marmo resiste o si spezza allorché viene sottomesso a dei 'programmi' di forme, di volumi, che contraddicono la sua morfologia. Ogni blocco di marmo nasconde delle meraviglie da scoprire, da rivelare, al limite di un incontro in cui, come interlocutore dell'artista che lo sollecita, gli chiede disponibilità e pazienza” (Giovanni Joppolo, in Scultura Marmo Lavoro, p. 55).
Si può certo condividere queste affermazioni e questi pensieri che altro non sono che la moderna traslitterazione di pensieri propri del platonismo rinascimentale in cui lo stesso Michelangelo era cresciuto: “Non ha l'ottimo artista alcun concetto / c'un marmo solo in sé non circonscriva / col suo superchio, e solo a quello arriva / la man che ubbidisce all'intelletto" (Rime, 151, 1-4).
Ma se questo è appunto il marmo, non di meno Berretti ha ricercato nel bronzo quella capacità di rendere la leggerezza che il marmo non sempre permette.
E’ con l’entusiasmo di anni fa che l’artista è tornato in fonderia per realizzare un leggero, quasi attraversabile, olivo, a grandezza naturale. Mediante la tecnica della fusione “a cera persa”, con i suoi colatoi e sfiatatoi, materozze e argille da impastare, e poi il cesello e le patine, tutto concorre alla realizzazione di quest’ultima eloquente opera. L’albero, qui l’olivo toscano, incarna la memoria di un luogo, delle tradizioni e degli usi delle persone che vi abitano e che vi hanno abitato, di tutto ciò che è accaduto ed è cambiato.
La risposta alla mia domanda iniziale? Ce la fornisce lo stesso scultore: “… perché lavorare tutti questi materiali? “ …per … “ la conoscenza di molteplici tecniche di realizzazione” … magari … “a scapito di una maggior produzione scultorea. Ma la ricerca è anche questo: la capacità di lasciare respirare il racconto, il dialogo, senza dare e dire anche tutte le conclusioni”.